“Kaze Mononoke è un’affascinante galleria quasi onirica di creature che si incontrano e si lasciano, come petali portati dal vento … Immersi nel bagliore di un bianco scenico dove le visioni animate tratteggiano in pochi tratti il loro mondo … quel che davvero sorprende e colpisce è lo stile di danza creato dai coreografi Marisa Ragazzo e Omid Ighani … giunto oggi a una maturazione più che convincente. … Un linguaggio di danza nuovo… .”

Rossella Battisti – Danza&Danza n°251 (Luglio-Agosto 2013)


Urban theatre

Durata: 60 minuti

Ideazione e regia: Marisa Ragazzo

Coreografie: Marisa Ragazzo e Omid Ighani

Editing musicale: Omid Ighani

Visual Artist: Samar Khorwash

Interpreti: Samar Khorwash, Paolo Ricotta, Serena Stefani, Claudia Taloni, Afshin Varjavandi, Tiziano Vecchi

Musiche: I Monsters, Bon Iver, Steve Reich e Pat Metheny, Apparat, Radiohead, René Aubry, Unkle, Ólöf Arnalds

Coproduzione: Festival Danza Estate 2012

Con il sostegno di Compagnia Naturalis Labor.

5cm al secondo è la velocità con cui i petali di ciliegio cadono al suolo. La delicatezza, il colore pallido e la brevità della loro esistenza sono simbolo di fragilità e al contempo di bellezza estrema.
A Tokyo, tra la fine di marzo e gli inizi di aprile, si festeggia l’hanami, la contemplazione dei sakura. La fioritura dei ciliegi incanta gli umani che, estasiati, si lasciano cadere addosso i fragili petali spinti dal vento. Un incanto da raccontare e soprattutto da vivere. E’ dunque questo il racconto: il vento e i petali.
“Kaze Mononoke” si divide in quattro capitoli, incentrati sui momenti diversi della vita degli umani, dei petali e del vento, Kaze, che scuote, spinge e carezza gli uni e gli altri.
L’inizio è l’hanami e il viaggio è all’indietro, a scoprire i ricordi dell’inverno, candido e quieto, dell’autunno che tinge tutto di rosso e di giallo struggente e melanconico, dell’estate luminosa, dolente e carica del canto delle cicale.
E’ un racconto poetico e lieve che i danzatori scrivono sulla scena, uno spazio bianco ed essenziale dove, carezzati da una brezza costante, mutano se stessi rapidamente e continuamente, perché questo fa il vento, spinge qualsiasi cosa al movimento, anche i sentimenti e gli umori.
Il linguaggio tecnico dei danzatori contribuisce a creare una fantastica connessione di inganni visivi, viaggiando così come pochi possono e sanno fare dall’hip hop theater, al contemporaneo, ai più estremi e innovativi codici di linguaggio artistico. I loro corpi, così come le loro menti, vivono quello che accade alle loro spalle, la proiezione di immagini, pensata come ad una voce muta che racconta, descrive e sottolinea la vita, ora di un petalo ora d’un sentimento.